“And I
I taught myself how to grow
Without any love and there was poison in the rain
I taught myself how to grow
Now I’m crooked on the outside, and the inside’s broke” (R. Adams)
Copying Richard Long. Or inspired by Richard Long (more flattering..)
Una nuova storia di notizie-che-non-lo-erano racconta spettacolarmente
le contraddizioni e le tortuose vie dell’informazione accurata e
trascurata italiana. La racconto vista dalla redazione del Post, ma
sarebbe bello avere altri punti di vista, visto che coinvolge direttori
e giornalisti di molti giornali italiani.
Domenica una ragazza nera di vent’anni ha raccontato alla polizia di
essere stata aggredita da alcune persone che le hanno dato fuoco e
hanno scritto “KKK” sulla sua macchina, in un parco a Winnsboro in
Louisiana. La notizia ha avuto spazio nella stampa locale e delle brevi
sui siti di news nazionali, in spazi molto marginali: probabilmente,
come avviene di solito con i media americani, in attesa di maggiori
informazioni. Al Post neanche ce ne siamo accorti, quel giorno,
confesso.
Cambio scena. Martedì mattina il Corriere della Sera annuncia con
comprensibile orgoglio, sia con editoriali sul giornale di carta, che
sul sito e sui social network, di avere fatto un accordo col sito
Factchecking.it, per coinvolgere i lettori nella verifica sulle notizie
pubblicate. Factchecking.it è una bella iniziativa nata la scorsa
primavera, che sul Post raccontò allora un suo fondatore: e così
martedì mattina ci uniamo su Twitter ai complimenti al Corriere per
l’idea di sfruttarla. Il problema della scarsa affidabilità e verità
delle notizie pubblicate sui media italiani non devo stare io a
spiegarvelo, né a misurarne la dimensione: sarei ridondante e noioso
(lo sono, di fatto, anche con questo racconto). Quindi un cambio di
rotta a favore di maggiori attenzioni è un’ottima notizia.
Una notizia.
Passano alcune ore, e martedì pomeriggio improvvisamente il sito del
Corriere della Sera mette addirittura in apertura, a caratteri ben
grossi (direi “cubitali”), questo titolo.
Al di là dell’esagerazione linguistica (“torna l’incubo Ku Klux Klan”)
a cui siamo abituati ma non dovremmo, faceva un effetto strano. Perché,
due giorni dopo il fatto, tanto spazio a una notizia che non era su
nessuna homepage di news americana, e non lo era mai stata? Ancora meno
spiegabile se cliccavate sul titolo e finivate in un articolo di sì e
no dieci righe (sarà un po’ allungato in serata), la lunghezza di una
notizia lateralissima.
Poco dopo, sugli altri siti dei giornali e delle agenzie italiane, si
fa spazio la stessa notizia con simili titoli (“bruciata viva…”),
persino con commenti sul significato dell’accaduto. In alcuni casi con
l’informazione che la ragazza “indossava una maglietta di Obama”,
informazione che viene rapidamente smentita e corretta, ma non da
tutti. Sul Fatto, per esempio, è ancora lì persino nel titolo.
Tanta attenzione e con tanto ritardo si spiegano probabilmente, a chi è
curioso come noi di meccanismi e percorsi della comunicazione
giornalistica, con una sola fonte italiana che ha rilanciato la notizia
con qualche enfasi, e a un conformismo delle redazioni che le sono
andate dietro a valanga senza farsi domande sulla sua dimensione,
sull’attenzione che avesse avuto negli Stati Uniti, sulla sua
attendibilità (domande che ci siamo fatti al Post, preoccupati ci
sfuggisse qualcosa, e non abbiamo trovato risposte soddisfacenti). Anzi
ognuno aggiungendo una quota di sensazionalismo in più. Metteteci anche
la seduzione cinematografica del Ku Klux Klan e la forza
dell’immaginario anni Sessanta per i giornalisti italiani di quella
generazione (che va matto per ogni cosa Kennedy, ancora oggi, per
esempio).
Martedì sera, ne hanno parlato anche i telegiornali, con l’enfasi
drammatizzante del caso.
Ultima tappa, stamattina la storia è su tutti quotidiani di carta:
Repubblica, Fatto, Secolo XIX e Mattino ce l’hanno persino in prima
pagina, tentati probabilmente dalla foto della ragazza o dei cappucci
del Klan. Il Corriere le dà tutta la pagina 6, con intervista alla
scrittrice Toni Morrison per parlarne. Sotto il titolo a quattro
colonne “Ragazza nera bruciata viva Accuse al Ku Klux Klan”, nel
sommario, probabilmente corretto e rivisto in extremis, si dice “I
dubbi della polizia, che segue anche altre piste”. E in coda
all’articolo di Guido Olimpio, se lo leggete, si parla della “svolta”.
E si spiega che la storia non è vera: ma per saperlo dovete leggere le
ultime dieci righe.
Già, perché intorno alle 23 italiane di martedì la polizia di Winnsboro
ha convocato una conferenza stampa per annunciare che la ragazza si è
inventata tutta la storia.
Interessante, no?
Vedi anche:
- Woodcockleaks
- What kind of news
- We are the media elite (vediamo di dimostrarlo)
- Una risposta ad Avvenire
- Un pensiero indecente
- Un giorno come un altro
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